Napoli conferenza3In un mondo condizionato dall’alta tecnologia globalizzante, dai rapporti umani veloci e instabili parlare di esperienza di Dio sembrerebbe poco popolare. «Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata»[1].
Vi sono tre sfide che il cristiano affronta ogni giorno.
Sfida dell’impegno socio-culturale: integrazione culturale società multiculturale, multietnica.
Sfida delle comunicazioni, il cyber bullismo; mobbing.
Sfida del rinnovamento ad intra della Chiesa: spiritualità familiare; esigenze di rinnovamento.
Il Concilio insegna che «è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli i doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta» (LG 31).

Eppure fare esperienza di Dio nelle difficoltà di oggi è possibile ed è auspicabile per la salvaguardia della stessa vita dell’uomo. La presenza di Dio nel suo cuore non è un prodotto secondario della coscienza, fattore ancestrale che lo determina nella comprensione della morte o della vita, ma è esperienza di relazione intima e personale che esplicita maggiormente la sua natura e la sua finalità: «voi siete luce del mondo» (Mt 5, 14).

La relazione con l’Altissimo nella rivelazione ebraico-cristiana non solo svela la realtà di Dio, ma manifesta nel contempo l’essenza dell’uomo (Es. 3,14).

La condizione necessaria, perché si possa fare una vera e propria esperienza di Dio è essenzialmente la resa di tutta la persona umana nelle mani del Creatore (Gn 32, 24-34). L’arrendersi a Dio comporta una lotta, là dove la battaglia ha esisti incerti; non è dato nulla per scontato o per già previsto. Lottare con Dio è sperimentare la sconfitta, saggiare l’amaro calice della debolezza umana e dell’impossibilità ad agire. L’arrendersi nelle sue mani comporta un partecipare intimamente al suo progetto di vita, al suo desiderio di condiscendenza che si esprime nell’incarnazione del suo Verbo. Dio che abita il cuore dell’uomo manifesta il suo desiderio di essere in comunione con tutti e con tutta la creazione. È proprio l’annuncio gioioso di volere essere in comunione familiare con la sua creatura che l’impegno per gli altri diventa esperienza di condivisione e di oblazione. Arrendersi a Dio significa riconoscerlo in ogni piccolo della storia (Mt 25, 40).

L’esperienza di Dio non è, di conseguenza, un affare intimistico che si conclude in una’esaltazione del proprio Io, ma è partecipazione alla realizzazione del progetto di Dio, fare di «Cristo il cuore del mondo»[2]. L’incontro con Gesù è esperienza di profonda relazione con la realtà umana, per cui ogni forma di evangelizzazione trova la sua fonte ispiratrice in quel legame orginario e originale con Dio, annunciato e testimoniato dal suo Verbo Incarnato.

Ogni forma di apostolato trova la sua anima nella vita interiore, cioè in quella comunione con la Santissima Trinità che si esplicita in relazioni positive e propositive e in scelte per la salvaguardia della vita umana. Tale esperienza di Cristo che ciascun credente sperimenta è il fondo comune suscitato dallo Spirito Santo che determina armonicamente la crescita dell’intera comunità. La vita di comunità non è frutto della somma delle singole esperienze, quasi fosse un’operazione matematica, bensì è esperienza del gruppo che vive il messaggio del Risorto nella piena e gioiosa accoglienza dei doni dello Spirito Santo (At 2, 42-48). Si potrebbe affermare che vi è un’oggettività della vita spirituale che si manifesta nel costruire relazioni affettive mature e impegnate cristianamente.

Il vescovo di Ginevra Francesco de Sales che si era dedicato all’evangelizzazione a partire dalla formazione delle coscienze con la direzione spirituale, osserva come il fare esperienza di Dio coinvolge la totalità dell’essere umano e implica la realtà comunitaria. Infatti non vi può essere una comunità formata e santa, se non vi è un credente che si applica con generosità a realizzare nel proprio stato la chiamata del Signore: «la devozione deve essere vissuta in modo diverso dal gentiluomo, dall’artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla nubile, dalla sposa; ma non basta, l’esercizio della devozione deve essere proporzionato alle forze, alle occupazioni e ai doveri dei singoli»[3]. La sfida di oggi è proprio considerare l’esperienza di Dio come motore di rinnovamento per le diverse realtà che l’uomo abita. L’equilibrio umano e spirituale è frutto di una fede matura che richiama l’idea della proporzione. La proporzionalità è realistica, ha un fondamento nella realtà quotidiana. Il cercare ciò che ci rende simile a Dio e rifiutare il contrario significa entrare in una dinamica esistenziale che conduce il credente a fare scelte coraggiose, a mettersi in discussione scoprendo tutto se stesso senza reticenze o falsi giudizi. La proporzionalità diventa sinonimo di ricerca di equilibrio nel concreto dei fatti. Tale equilibrio è originato dalla sfera religiosa, anzi da una profonda considerazione teologica: nell’amore di Dio l’uomo scopre tutto se stesso in una dinamica di grazia e peccato fino a sperimentare il proprio abbandono nella mani del Creatore.

L’equilibrio viene a coincidere con il rapporto con il Signore in cui ogni dimensione dell’uomo trova il suo senso e la sua spiegazione. Tutti gli aspetti dell’uomo sono considerati nel loro essere per Dio e con Dio. Il credente, quindi, deve essere considerato in ogni sua realtà dalla salute alla malattia, dal suo temperamento al suo carattere, dalle sue abitudini civili a quelle religiose. Ogni aspetto fa parte delle forze che il credente mette in campo per incontrare Dio nella sua vita.

L’altro aspetto riguarda l’occupazione con cui si intende lo stato di vita, il lavoro, lo svago. In una sola parola possiamo riassumere come relazionalità. Se con le forze tutto si incentra nella descrizione del singolo nella sua interiorità e nella sua esteriorità, con il secondo termine della proporzionalità l’accompagnatore si sforza di entrare nel mondo delle relazioni. Il soggetto è integrale solo se è vive in una comunità, solo se sviluppa la sua propensione alla socialità in ogni sua sfumatura. Infatti le forze si commisurano solo in relazione ad altro. Esse non possono mai essere prese in considerazione per se stesse e in se stesse, in quanto si esercitano nel rapporto con gli altri e con L’Altro.

La vita di santità non è legata a fenomeni straordinari, quasi come fosse un qualcosa riservato a pochi eletti, ma è radicata nell’ordinarietà dell’agire cristiano. L’insegnamento illuminante del Beato Paolo VI richiama questa realtà: «la chiamata di Cristo è per i forti, è per i ribelli alla mediocrità, e alla viltà della vita comoda e insignificante, è per quelli che ancora conservano il senso del Vangelo e sentono il dovere di rigenerare la vita ecclesiale pagando di persona e portando la croce». La santità riguarda da vicino il singolo battezzato e tutta quanta la comunità cristiana che crescerà nella misura in cui i suoi membri brilleranno della luce di Cristo.

Educare, quindi, alla santità non è semplicemente una bella esortazione, ma prende di mira il nucleo del cammino di fede, una diffusa esigenza di vita spirituale più autentica che mostri coerentemente l’unità di ciò che si crede e di ciò che si vive. Infatti uno dei paradossi che vive la comunità ecclesiale è proprio avvertire in una coscienza chiara il limite del peccato in una continua ricerca della santità[4]. Ma che cosa noi indichiamo con educare alla santità? Qual è il fine di questo programma educativo? Quali gli educatori? Con quali mezzi possiamo realizzare questo possibile progetto?

Lo studioso D. Maruca, esperto di dinamiche spirituali, affermava che l’educazione è frutto di un processo interno di assimilazione e di interazione tra persone e il loro ambiente. In questo scambio giocano un ruolo fondamentale le motivazioni che spingono un individuo a creare scopi nella vita e legami relazionali tali e tanti da trasformare anche gli atteggiamenti esterni[5]. Una cosa è la pedagogia che sembra avere come riferimento il mondo degli adolescenti, altra cosa è l’andragogia, parola difficile, ma che riassume un cammino educativo che riguarda gli adulti, essendo l’educazione “un’arte da apprendere e da vivere” che non si ferma dopo la maggiore età. Formare l’uomo nuovo, come afferma S. Paolo, significa dare vita ad una vera e propria educazione del cristiano adulto che si incammina nelle strade della perfezione evangelica[6]. Senza dubbio le strategie del percorso sono diverse da persona a persona, ma tutte vogliono corrispondere ad uno stesso fine: condurre la persona verso la piena maturità psico-fisico-spirituale in Cristo.

Tale promozione ha due risvolti positivi, l’uno riguarda il soggetto e il suo mondo interiore, l’altro l’integrazione e il miglioramento della società e della chiesa[7]. Nel primo aspetto il cammino educativo manifesta una certa maturità dell’adulto che sviluppa, alla luce del messaggio evangelico, quelle capacità umane e quei doni spirituali grazie ad una profonda esperienza di fede. La coscientizzazione delle enormi risorse individuali innesca una graduale e continua creatività spirituale capace di produrre cambiamenti anche nelle strutture cognitive e valoriali dell’individuo. La conseguenza, nel secondo aspetto, è una vera trasformazione anche nel sociale, con una migliore capacità relazionale atta a coinvolgere e a smuovere le potenzialità della stessa società. Si parte dall’esperienza che il credente fa del Dio cristiano concretamente nella sua vita. Ciò non significa che si cade nel rischio di moltiplicare a dismisura le situazioni occasionali quasi volendo fare un prontuario di informazioni, ma si vuole far brillare nel credente quella luce divina, la cui missione è quella di renderci perfetti come è perfetto il Padre celeste.

Quale pastorale poter impiantare, partendo da una espressione così intensa quale programmazione pastorale della santità cosi come propone San Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte? Tutta l’azione della Chiesa in se stessa e per se stessa è volta al raggiungimento della piena perfezione di ogni suo membro. Ma spesso questa realtà così semplice sembra essere disattesa, in quanto la prassi pastorale si ferma solo ad un primo livello, quello della promozione umana senza inerpicarsi sui difficili sentieri della santità.

Tutte le strategie pastorali dovrebbero nuovamente riorganizzarsi su una nuova metodologia di lavoro in cui la persona diventa di nuovo il centro dell’interesse comune e non l’azione fine a se stessa.

Nel programmare la santità il primo criterio che mette a soqquadro tutto è il considerare il singolo cristiano nel suo effettivo cammino spirituale. La crescita umano-cristiana diventa il punto nevralgico dell’educazione alla perfezione. Ciò significa per i sacerdoti e per gli operatori pastorali triplicare le forze, in quanto seguire personalmente ogni fedele significa spendere totalmente il proprio tempo a disposizione. Tutto ciò implica una riflessione fondamentale, cioè considerare i fedeli in Cristo formati e capaci di formare nell’opera di santificazione. Per compiere questo passo, bisogna superare delle resistenze: una che deriva dall’interno del laicato, quella sottile sfiducia che vede la santità solo come espressione della vita consacrata. La conseguenza è che il laico si ferma alle prime difficoltà della vita, navigando costa a costa senza avere il coraggio di sfidare il mare. L’altra resistenza è quella di un gran numero di consacrati che considerano spesso i laici poco adulti nella fede. La pastorale della santità parte da una profonda convinzione che i fedeli possono, guidati dallo Spirito, adempiere la loro missione. La maturità in tutti i suoi aspetti non può essere data per scontata, ma neanche negarla, quasi che fosse ogni membro di una comunità sempre alle prime esperienze. Ciò accade, perché manca un serio discernimento spirituale comunitario che possa mostrare chiaramente le ricchezze presenti e poco sfruttate per il bene della Chiesa. Superate queste iniziali resistenze, come guidare l’intera comunità? Il singolo non fagocita il cammino comunitario? Dalla massa alla persona l’itinerario sembra ideale, ma non realizzabile, se si considera il numero dei partecipanti di una comunità parrocchiale. La difficoltà sembra quasi insuperabile se tutto il lavoro pastorale gravita attorno al parroco. La comunione dei carismi e il dono del discernimento del consacrato favoriscono un cammino di comunione anche nell’organizzare le strutture pastorali.

L’altro criterio di una programmazione sulla santità è evidentemente la forza della lode, il soccorso dello Spirito che rinvigorisce e solleva dalla caduta chi si fosse fermato nel cammino di perfezione. Le comunità cristiane «devono diventare autentiche”scuole di preghiera”, dove l’incontro con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino a un vero “invaghimento” del cuore. Una preghiera intensa, dunque, che tuttavia non distoglie dall’impegno nella storia» (NMI, 31). La formazione spirituale è centrale, perché si possa programmare la santità personale e comunitaria. Alla scuola della preghiera si sperimenta la gioia e la difficoltà di camminare insieme, senza sostituirsi ad alcuna persona, ma avendo un vero atteggiamento “allocentrico”[8]. La sete di invocare Dio e di aiutare il prossimo diventa reale, in quanto la preghiera vissuta insieme si incarna nella storia, superando i personali egoismi e muovendosi per dare vita alla civiltà dell’amore. Tenere la misura alta della vita significa avere Dio come Signore, riconoscerlo Risorto nella quotidianità del cammino di una comunità anche quando si affaccia la stanchezza e la monotonia dei giorni. Solo con l’impegno e la responsabilità per l’altro si manifesta chiaramente la potenza della preghiera che muove Dio a farsi uno con i poveri.

L’ultimo criterio riguarda l’esemplarità. Il riscontro pastorale di ciò che si è riflettuto sta nella vita dei Santi. Essi rappresentano la verifica migliore di una programmazione pastorale che abbia come meta la santità di ogni membro di una comunità. Se ci avviciniamo alla storia di questi uomini e di queste donne, ci accorgiamo che le loro strategie pastorali, partivano dal considerare l’uomo e il suo effettivo cammino di perfezione. Essi cercavano itinerari percorribili per ogni fedele, utilizzavano le loro conoscenze pedagogiche e quella maestria tutta cristiana nel guidare ciascuno a Dio.


[1] Francesco, Evangelii Gaudium, Esortazione apostolica sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, 2, Figlie di San Paolo, Milano 2013.

[2] Liturgia delle Ore, Lunedì della seconda settimana, Vespri, antifona 3.

[3] Francesco di Sales, Filotea. Introduzione alla vita devota, Ed. paoline, Milano 1984, III, 27.

[4] Cf R. latourelle, Cristo e la Chiesa segni di salvezza. Paraddosso e tensioni, Assisi 19802, pp. 177-220.

[5] Cf D. Maruca, La direzione spirituale, appunti per gli studenti, Roma 1992.

[6] Cf S. P. Kaely, Andragogy and the Bible, in Irish Theological Quartely 53 (1987), pp. 1-7.

[7] Cfr. A. Mercatali, Educazione, in DES, pp. 868-873.

[8] Cf A. Louf, Lo Spirito prega in noi, Qiqajon, Magnano-Bose 1995.