Licio 2018Due riflessioni a cura dell'Assistente nazionale P. Licio Prati

 Il grido dei poveri (Sal 72)
I poveri saranno sempre con noi. Ce lo ricorda, con lucidità e sconforto, Gesù stesso nel Vangelo [i]. Parlare di poveri nel mondo antico, e in particolare al tempo di Gesù, significa parlare della stragrande maggioranza della popolazione. Non solo mendicanti, orfani e vedove, malati cronici e disabili, pastori, prostitute; ma anche artigiani, pescatori, piccoli agricoltori, braccianti, piccoli commercianti. L’abisso esistente tra ricchi e poveri è reso più profondo dai debiti che i poveri - per sopravvivere - contraggono vendendo i propri beni, le proprie terre ed anche se stessi come schiavi. Il mondo oggi non è cambiato: si è solo ristretto in una piccola contrada. L’umiliazione e il dramma dei poveri del mondo sono gli stessi di ieri. E parlando di povertà siamo ben consapevoli che non si tratta solo di un problema economico, Perché un uomo, un popolo per vivere hanno bisogno non solo di beni economici. Hanno bisogno di uno spazio vitale.

 

Spazio vitale è la vita stessa nella quale l’uomo agisce, pensa, decide liberamente, esprime la sua creatività e le sue capacità. Per molti questo spazio non esiste: è annullato dai ghetti di tutti i tipi, dai genocidi, dalle dittature. Spazio vitale é la terra e la possibilità di usufruire di quanto essa produce, di usare delle risorse necessarie per vivere: dal cibo al lavoro. A molti tali risorse sono negate dalla rapina, dall’accumulo, dal sopruso. Spazio vitale è un sistema che dia sicurezze e garanzie, è l’esistenza di punti certi di riferimento. Ma, per molti garanzie e sicurezze sono annullate dal degrado, dall’ignoranza, dall’incentivo alla subcultura, dai sistemi legalizzati di privilegio.

Il grido e il sogno

Anche nel nostro tempo i poveri subiscono. Non sono ascoltati. Eppure essi gridano, sperano, chiedono, piangono. Mi sono chiesto: che cosa dice a Dio, il povero? E ho aperto la Sacra Scrittura: libro dei Salmi. I salmi sono poesia e preghiera. Presentano a Dio tutti i sentimenti che si agitano nel cuore dell’uomo. Racchiudono una visione religiosa della vita in cui l’uomo, il creato e Dio sono uniti da vincoli inscindibili. Nei Salmi il grido dei poveri sale a Dio e si tramuta in preghiera, in richiesta consapevole di aiuto: «A te grido, Signore … Ascolta la mia preghiera» (Sal 42). Questa invocazione si fa eco continua, davanti a Dio, di tutte le sofferenze umane. E’ grido che nasce nel contesto della guerra, dell’odio, della malattia, dell’ingiustizia subita. Tutte situazioni insolute perché radicate nel mistero dell’uomo e avvolte nel mistero di un Dio apparentemente silenzioso e impassibile. Ma questo grido penetra i secoli perché porta in sé il desiderio dell’uomo, la forza della sua speranza e la fiducia incrollabile in Dio, padre di tutti. on di rado questo grido è voce dei poveri: poveri veri dal punto di vista economico e sociologico.

Il loro grido diviene anche la nostra supplica quando preghiamo con le parole dei Salmi. Forse con eccessiva disinvoltura. Ci sentiamo infatti fragili e poveri della finitezza umana  davanti alla grandezza ed eternità di Dio ed allora preghiamo dicendo anche noi: «Questo povero grida e il Signore lo ascolta» (Sal 34). Ma spesso dimentichiamo che l’espressione di fiducia in Dio del povero, resta il grido di chi povero lo é realmente con tutte le conseguenze personali e sociali che ne derivano. Pregare con questo tipo di salmi significa, piuttosto, accogliere nella nostra preghiera il grido dei poveri. Quando prega, il povero che cosa dice a Dio? Il suo sogno. E il sogno del povero è di ottenere giustizia, prima ancora che da Dio, dagli amministratori della cosa pubblica: il re, i giudici. Essi infatti dovrebbero difendere il povero da una alleanza perenne che sempre lo schiaccia: l’alleanza tra potere, ricchezza e privilegio. In realtà re e giudici hanno solcato la lunga storia dell’antico Israele con il tradimento della giustizia e dell’equità. Dimenticando il Signore e la sua Legge. Le pagine della Bibbia, come quelle della vita, grondano sangue, ingiustizia, corruzione.

Quando, infine, il povero non ottiene giustizia dagli uomini, elegge Dio come suo giudice e lo interpella: «Dio, per il tuo nome, salvami, per la tua potenza rendimi giustizia… poiché sono insorti contro di me gli arroganti e i prepotenti insidiano la mia vita» (Sal 54). E tuttavia il sogno di un re giusto diviene preghiera e attesa. Come nel Salmo 72: «Regga con giustizia il tuo popolo e i tuoi poveri con rettitudine... Ai miseri del suo popolo renderà giustizia, salverà i figli dei poveri e abbatterà l’oppressore...Egli libererà il povero che grida, e il misero che non trova aiuto….Avrà pietà del debole e del povero…. Salverà la vita dei suoi miseri, li riscatterà dalla violenza e dal sopruso…. Sarà prezioso ai suoi occhi il loro sangue». Nella tradizione rabbinica questo re ideale sarà il Messia. Nella tradizione cristiana ha un nome: Gesù di Nazareth. Ciò che il desiderio dei poveri, ma anche di molti altri, ha sognato diviene realtà in Gesù Cristo. Il buon governo è fondato sull’amministrazione della giustizia. Lo dice il sentire comune antico e moderno. Ma lo dice anche la Parola di Dio e ne deposita con autorità la sollecitazione perenne nella coscienza umana.

L’ira

Se nei Salmi il povero esprime la sua fiducia in Dio, non esita, tuttavia, a dirgli la sua ira. Anche con parole di maledizione nei confronti dei suoi avversari. Parole che normalmente non trovano posto nella preghiera ufficiale dei cristiani. Ci sembrano eccessive, contrarie ai principi di misericordia e di perdono che abbiamo assimilato. Forse anche noi vorremmo che i poveri fossero zitti e buoni e non ci creassero problemi. Nel salmo 109 il povero riversa queste imprecazioni su chi gli ha rovinato l’esistenza e chiede a Dio: «Suscita un empio contro di lui… Pochi siano i suoi giorni... I suoi figli rimangano orfani e vedova sua moglie. Vadano raminghi i suoi figli, siano espulsi dalle loro case… L’usuraio divori tutti i suoi averi... Nessuno gli usi misericordia… perché ha rifiutato di usare misericordia  e ha perseguitato il misero e l’indigente, per far morire chi é affranto di cuore»[ii]. Parole tremende, che sono innanzitutto una provocazione rivolta a Dio stesso. Perché «chi si prende gioco del povero, oltraggia il suo Creatore» (Pr 17,5). Ma esse restano grido dei poveri, grido che sale a Dio. E riflettono, come in uno specchio, le loro vite devastate. Nell’ira dei poveri c’è, come un fiume in piena, il loro dolore, la loro esasperazione. E il bruciore e il sangue delle loro ferite.

All’inizio della sua attività, nella sinagoga di Nazareth, Gesù ha proclamato: «Lo Spirito del Signore è sopra di me... mi ha inviato a portare ai poveri il lieto annuncio… a liberare gli oppressi» (Lc 4). Sono parole che risuonano oggi nella grande sala che è il mondo. E davanti a noi i poveri. Sono anche la nostra, pur balbettante, voce?        

La speranza dei poveri (Sal 37)

 Nei Salmi, tra le varie voci che salgono a Dio dalla vicenda umana, si distingue la voce dei poveri e degli oppressi. E’ lamento, grido, ira, desiderio di giustizia. Ma è soprattutto fiducia e speranza. Nell’esperienza religiosa dell’antico Israele la povertà dilagante viene lentamente considerata non unicamente come frutto amaro di una società segnata da ingiustizie e soprusi e dall’accumulo di terre e beni da parte dei potenti. Appare, piuttosto, un sintomo di rapporti pessimi con il Dio dell’Alleanza e una tra le cause del disastro collettivo che diviene evidente con la deportazione e l’esilio in Babilonia.  Il povero ripone in Dio la sua fiducia: «Jhwh è fedele per sempre…. Rende giustizia agli oppressi…. Dà il pane agli affamati» (Sal 146). Egli diviene consapevole di essere non tanto un povero che vive in mezzo al popolo, quanto un povero che appartiene a Jhwh, che ha un suo diritto all’interno del popolo di Jhwh e di cui Jhwh  , prima o poi, prenderà le difese perché Dio é fedele. Fedele a se stesso. Di qui la fiducia e la serena pazienza del povero. Tale é il senso dell’espressione ‘poveri di Jhwh’.

Il Salmo 37, denso di saggezza, ci presenta, tra gli altri, il povero nel dramma della sua condizione economica e sociologica e il modo corretto con cui la vive davanti a Dio e che lo qualifica ‘giusto’. Egli, che subisce violenza e ingiustizia, egli che non gode della prosperità,  sa che Dio interverrà. Per questo non si rassegna alla sua situazione. Per questo non cede alla tentazione della violenza. Non abbandona dignitosamente la sua correttezza con Dio e con gli uomini, ma tiene ben chiara una convinzione di fondo: «Quanti sperano in Jhwh (oppressi, emarginati, diseredati) possederanno una terra». Questa speranza riassume tutti i desideri e le attese dei poveri che si rivolgono a Dio. Noi abbiamo spiritualizzato questa attesa della terra. In realtà, un pezzo di terra, anche minimo, è garanzia di sopravvivenza e di libertà. Infatti la terra promessa - terra in cui Dio ha introdotto il suo popolo - è data a tutti per un possesso condiviso, equo, stabile. Non per lo sfruttamento, la rapina, l’accumulo.

Chi sostiene la speranza dei poveri?

Soprattutto la certezza che Dio é fedele. E la fedeltà di Dio, la sua risposta al grido del povero, si manifesta, nella storia religiosa dell’antico Israele, in persone ed eventi che pongono il dramma personale del povero al centro della coscienza collettiva.

Chi sostiene la speranza dei poveri? Il profeta che, in Israele, denuncia le situazioni di arroganza, di ingiustizia e di oppressione. Egli ricorda le radici religiose della convivenza civile. Nelle sue parole l’esperienza dei essere stati, tutti , liberati dall’oppressione di Faraone è fondamentale: tutti ugualmente liberati da Dio e indistintamente destinatari dei suoi doni, tutti uguali dinanzi a lui nella dignità di popolo dell’Alleanza. Alleanza che chiede legami di giustizia sociale e di solidarietà.

Chi sostiene la speranza dei poveri? La disgrazia collettiva, il naufragio della nazione. L’esperienza dell’esilio nella Babilonia porta ad una profonda revisione dei codici di comportamento sociale e religioso. Sui fiumi di Babilonia si piange: non piangono solo i poveri (che in gran parte non sono stati deportati!), ma tutti (o meglio la classe dirigente!). Sui fiumi di Babilonia un po’ tutti ormai si rendono conto che nel  popolo dell’alleanza stretta con Dio  sul Sinai il bene individuale è una derivazione del comune benessere e che il futuro di  tutti è assicurato dalla pratica della giustizia. E nell’ora dell’abbandono e del silenzio di Dio sale al cielo l’invocazione di una intera nazione resa più solidale dalla tragedia presente al dramma di chi, emarginato ed oppresso, ha sempre pianto. Anche il forte e il potente scoprono di non essere eccezionali davanti a Dio. Un Dio che chiede ad ognuno di sentirsi parte solidale di un popolo intero. E il forte e il potente sono chiamati a mobilitare le loro risorse e le loro energie per i più deboli e vulnerabili. E’ questa la garanzia di un futuro di pace e prosperità per tutti.

La predicazione dei profeti e l’esperienza dell’esilio sono, forse, la più forte risposta di Dio alla preghiera del povero. Sono all’origine di un sussulto di coscienza collettivo e di una legislazione sociale  precisa che ancor più difende e tutela i diritti dei deboli.

I poveri tra ideologie e fede

E’ innegabile che la cultura occidentale abbia ricevuto linfa vitale da ebraismo e cristianesimo. Certamente hanno sostenuto nei secoli, pur in mezzo a tragiche contraddizioni, la speranza dei poveri. Eppure bisogna arrivare alla rivoluzione francese per affermare il diritto e la dignità di ogni uomo, anche dei socialmente ed economicamente insignificanti. Bisogna arrivare all’ottocento per trasformare l’elemosina in filantropia. Bisogna arrivare a Marx e alla Rerum Novarum  per parlare diffusamente di giustizia sociale. E solo il naufragio di coscienze e di popoli della seconda guerra mondiale ha portato alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Ogni ideologia ha sostenuto e sorretto a suo modo la speranza dei poveri. Ma anche li ha oltraggiati nella loro povertà, deludendo le loro attese e favorendo in realtà gli interessi di alcuni a danno di altri.

Oggi i sistemi economici e finanziari cercano, per un mondo globalizzato, nuove vie, nuove soluzioni. La nostra società non si fonda più sul lavoro, ma sui consumi. E tuttavia questo nostro tempo, sembra portare con sé una promessa di benessere rivolta a tutti perché molti cooperino al bene di pochi. E chi non coopera viene eliminato. La chiusura gretta dell’individualismo moderno, individuale e nazionale, che non si cura del debole, può tramutare oggi l’opulenza in barbarie. Per il credente, ma anche per l’uomo saggio, non ci sono alternative: solo il senso di appartenenza ad un’unica famiglia umana per la quale c’è un unico destino può garantire un futuro migliore secondo i piani di Dio.

I nostri giorni richiedono saggezza e intelligenza da tutti. Dai cristiani, almeno un pizzico di rischio profetico. Certamente non è nel piano di Dio l’iniqua spartizione dei beni della terra. E la gratuità dei doni ricevuti da Dio è all’origine della giustizia, della misericordia, della condivisione. Può diventare azione politica.

Sostenere la speranza dei poveri è possibile se ricollochiamo l’uomo, ogni uomo, anche il più fragile, al di sopra di sistemi e ideologie, al di sopra di beni ed interessi economici o intellettuali. Impegnarsi per i poveri e per la giustizia significa cogliere la grande sfida della vita: gli altri. Gli altri, dentro di me. Gli altri come parte di me. Perché la vera grandezza dell’uomo, la sua umanità profonda, coincide con la capacità di aprirsi all’altro e di cercarlo, di accoglierlo e di crescere insieme, di sentirlo interlocutore essenziale per l’esistenza.

E gli estremi confini dell’alterità sono il mistero di Dio - il Tutt’Altro da noi - e i poveri, gli emarginati, gli oppressi: gli scarti dell’umanità. E - guarda un po’! - questi estremi si toccano in Gesù Cristo: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare».

 

[i]    Gv 12,8.

[ii]    Alcuni commentatori mettono parte di queste imprecazioni sulla bocca dell’avversario dell’orante.