Abbiamo messo al centro del nostro lavoro di inchiesta e di revisione di vita di quest’anno la prima Esortazione apostolica di papa Leone XIV “Dilexi te” sull’amore verso i poveri, in particolare l’ultima parte.
Ci si è concentrati su due aspetti del tema della povertà oggi, soprattutto in Italia, ma non solo:
- Il fatto che da sempre, ma ora più che mai, è una povertà multidimensionale.
- Il fatto che ci sono povertà sostanzialmente nuove, o di rilevanza nuova, mai vissute con questa intensità, in particolare in Italia: si pensi alle povertà relazionali di adolescenti e anziani.
OSSERVARE
Le povertà economiche
- Aumentata la povertà assoluta e relativa
- Aumentata - in teoria - l’occupazione, spesso per il ritardo dell’età della pensione, mentre resta bassa fra i giovani e donne (in rapporto alle medie europee) mentre non aumentano le ore lavorate (quindi, in realtà, la quantità di lavoro non è aumentata)
- Aumentate le disuguaglianze. In Europa siamo secondi solo al Regno Unito
- I salari sono tra i più bassi d’Europa e addirittura diminuiti al netto dell’inflazione.
- In 20 anni sono raddoppiati gli italiani all’estero (giovani con alta istruzione, provocando per l’Italia una perdita economica e non solo demografica).
Le povertà educative, culturali
- La scuola non è più un ascensore sociale (i laureati sono spesso figli di laureati / i non laureati figli di non laureati)
- L’Italia è in fondo alle classifiche per percentuali di laureati (vedi dati OCSE)
- Disatteso il diritto allo studio: vedi l’insufficienza di borse di studio e di studentati
La povertà di salute, sanitaria
- In un quadro di invecchiamento della popolazione, e di sottofinanziamento della sanità pubblica, le liste d’attesa del SSN si sono allungate
- In Italia in percentuale la spesa privata sul totale della spesa sanitaria è tra le più alte d’Europa
- Medici e infermieri (insufficienti) sono mal pagati (rispetto alle medie europee) e sempre più vanno nella medicina privata o all’estero
Le povertà relazionali
- 9 milioni di persone sole (in aumento), soprattutto anziane
- Giovani (soprattutto adolescenti) sempre più “connessi” e sempre più soli
La povertà demografica (la denatalità)
- Anche per mancanza di lavoro dignitoso
- Mancanza di adeguate strutture di servizio (a costi bassi o gratuiti), in particolare asili nido e e per l’infanzia
- Mancanza di case a prezzi accessibili
Le povertà politiche (povertà di libertà politica vera e di potere politico)
- Senso di impotenza sulle scelte politiche e nella scelta della classe politica, autocooptata (assenteismo nel voto)
- Non di rado, forme di intimidazione / discriminazione / clientelismo-familismo politico (non parliamo neppure di quel che succede nella maggior parte del mondo: regimi autocratici, guerre civili… che – assieme alle povertà economiche e a quelle ecologiche – alimentano imponenti movimenti migratori)
- Fisco iniquo (evasione / elusione fiscale: condoni, flat tax, etc.): pochi pagano tanto (lavoratori dipendenti, pensionati) e tanti pagano poco, o nulla (lavoratori autonomi, rendite finanziarie…)
- L’insicurezza (crescente violenza fra i giovani)
- Giustizia inadeguata (160 mila leggi, forse 250 mila, che superano di 10 volte le leggi di Germania, Francia e Regno Unito messi assieme); tempi 2 o 3 volte quelli della media europea
- Carceri sovraffollate, carenza di forze dell’ordine
La povertà ecologica / ambientale / intergenerazionale
- Inquinamento
- Cambiamento climatico: alluvioni, siccità, etc.
- Dissesto idrogeologico (frane, sismicità non controllata)
- Mancanza di senso di solidarietà (e debito) verso le generazioni passate e future
La povertà spirituale
- Mancanza di speranza, di senso della vita
VALUTARE, alla luce della Parola di Dio e del Magistero della Chieda
Ci siamo fatti guidare soprattutto dalle Beatitudini (di Matteo, ma anche Luca, più incisivo: “Beati voi poveri perché vostro è il Regno di Dio…”), il Giudizio finale di Matteo 25, il discorso (la più breve omelia della storia!) di Gesù alla sinagoga di Nazareth (Luca, 4, 14-21):
Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l'unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
e predicare un anno di grazia del Signore.
Quanto al Magistero della Chiesa, come predetto, abbiamo attinto soprattutto alla Dilexi te di papa Leone.
Il nostro problema è stato innanzitutto quello di capire e spiegare l’apparente contraddizione fra la proclamazione della beatitudine per i poveri e il fatto che Gesù sia venuto per liberare i poveri dalle loro molteplici povertà che attentano la loro piena dignità umana (vedi Gesù alla sinagoga di Nazareth) e che, anzi, i “salvati” siano proprio quelli che nella loro vita hanno cercato di alleviare le povertà umane con le loro opere di misericordia (Il Giudizio finale: avevo fame e mi avete dato da mangiare…).
Ci è venuto in aiuto Paolo., che nella sua prima lettera ai Corinzi ci ha fatto notare che la maggior parte dei cristiani di Corinto erano “poveri” (di cultura, di potere, di ricchezza…). Dice infatti Paolo rivolto ai cristiani di Corinto: “Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili”.
Ci siamo chiesti: perché le prime comunità cristiane (almeno fino a Costantino) erano composte soprattutto da gente povera, umile, senza grande cultura, che contava poco o niente?
La cosa sorprendente è che pare che il cristianesimo stia tornando alle origini, diffondendosi soprattutto nei paesi poveri (e violenti, dove non di rado i cristiani sono perseguitati). Il baricentro del cristianesimo si sta infatti progressivamente spostando verso il sud del mondo, cioè è composto - sempre più - da gente povera di quello che fu chiamato Terzo Mondo (ora: Sud globale). Oggi ci sono circa due miliardi e 400 milioni di cristiani (su più di otto miliardi di abitanti sulla Terra), di cui più della metà (un miliardo e 400 milioni circa) sono cattolici. Un buon 60 % di essi (e più di due terzi nel caso dei cattolici) vivono nei paesi del Terzo Mondo: America Latina, Africa, Asia. Il "peso" dei cristiani (e in particolare dei cattolici) del Terzo Mondo sta visibilmente crescendo. In Africa i cristiani, che erano il 9% della popolazione agli inizi del '900, sono ora il 50%.
È un fatto questo puramente statistico-demografico? Oppure ha ben altro significato? Perché il cristianesimo sembra espandersi e crescere nei paesi poveri del mondo più facilmente che nei paesi ricchi, dove di fatto sta decrescendo e prevalgono se non gli atei, gli agnostici e gli indifferenti verso ogni religione (la cosiddetta “secolarizzazione”, anche se qua e là ci sono sregnali di una inversione di tendenza)?
Non era ciò implicito nella genesi stessa del cristianesimo? Partendo dalla quale troviamo il filo rosso che collega tale genesi a quanto sta avvenendo oggi (e proseguirà in futuro, per quanto prevedibile)?
Gesù si rivolse certamente a tutto il popolo ebraico, il popolo eletto. Ma il suo annuncio non fu accolto (o molto poco) dai responsabili e più rigorosi praticanti del giudaismo ufficiale, dalle classi dirigenti, mentre lo fu molto di più dai poveri, dagli emarginati, dai "piccoli"... E la cosa proseguì, come abbiamo visto, anche con le prime comunità di provenienza pagana convertite da Paolo.
Ecco, i cristiani erano e tornano ad essere soprattutto i poveri, gli umili, i perseguitati...
Alla luce di tutto ciò, cerchiamo allora di capire perché Gesù ha detto: beati i poveri, etc., “perché vostro è il Regno di Dio”. Già oggi, non solo in futuro.
Chiediamoci: dove sta la vera felicità dell’uomo? Dove sta la sua vera riuscita?
Bisogna riconoscere che le risposte che Gesù dà a queste domande, con l’elenco delle beatitudini, sono sconcertanti e molto diverse da quelle che dà il mondo. Come ha detto il card.Martini, di fronte a questa Parola “sperimento un senso profondo di inadeguatezza, perché da una parte mi affascina, e tuttavia ne sento la distanza, la difficoltà, la problematicità”.
Quella delle beatitudini è una pagina che può essere travisata. Ecco – hanno detto alcuni, pensando proprio al citato “successo” del cristianesimo presso i poveri – la dimostrazione che la religione è “oppio dei popoli”: si inculca l’idea che i poveri, gli afflitti, i perseguitati a causa della giustizia, etc. debbano considerarsi felici, accettare cioè la loro condizione sopportando la prepotenza – e violenza – dei potenti e l’arroganza dei ricchi perché in futuro, nell’aldilà, saranno consolati, riceveranno giustizia, etc. da Dio. I poveri si aggrapperebbero alla religione quasi per un istinto di sopravvivenza non avendo altro su cui contare, nella speranza che Dio prima o poi mantenga le sue promesse di intervenire in loro favore. Ricordiamo il Magnificat? “Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. La Scrittura parlava al passato ma forse pensava di più al futuro.
Ma soprattutto la pagina delle beatitudini è rifiutata perché considerata irrealizzabile, irrealistica.
E poi, che male c’è, ad esempio, ad essere ricchi? La ricchezza, nell’AT, non era segno della benedizione di Dio?
E invece Gesù dice “beati”, cioè felici, quelli che noi consideriamo infelici. Mentre per noi è beato, felice, da imitare, da ammirare, addirittura da invidiare, chi ha, chi può e chi conta (non è così?) per Gesù è beato, è modello di vita da perseguire, chi NON ha, NON può e NON conta. Cioè chi è povero, umile e disprezzato. È dunque un capovolgimento radicale di valori, senza possibilità di fraintendimento. Per lui sono benedetti quelli che per noi sono maledetti e maledetti quelli che per noi sono benedetti.
Le beatitudini sono la carta di identità dei cittadini del Regno di Dio, a diventare i quali siamo chiamati tutti. E lo sono perché innanzitutto sono la carta di identità di Gesù: ci rivelano il suo vero volto di Figlio di Dio, volto di povero, mite, operatore di pace, affamato ed assetato di giustizia, misericordioso, etc.
E poi lo sono perché sono la proclamazione del modo di essere veri uomini evangelici, uomini pienamente “realizzati” secondo il disegno di Dio, discepoli autentici di Gesù, beati, cioè felici perché, appunto, di essi è il Regno di Dio.
Nella scelta privilegiata dei poveri, gli umili, Gesù stesso non tardò a vedervi un disegno del Padre: Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: "Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza". Più esplicito è stato nella parabola degli invitati al banchetto: "Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi".
La ragione teologica è evidente, e ci è ben spiegata proprio da Paolo: "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio" (1Cor 1,27-29).
Da un punto di vista più antropologico, chi non ha risorse materiali e immateriali tali che lo possano illudere di bastare a se stesso, o chi non ha una visione autocentrata e autosufficiente dell'uomo, potremmo dire chi è davvero “povero in spirito”, chi sente cioè la propria povertà “esistenziale”, costitutiva, è più facilmente disposto a fidarsi e ad affidarsi a Dio, a capire anche – in concreto – che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che non ci salviamo da soli (come invece pensano – spesso – i ricchi e potenti), che dobbiamo contare sulla condivisione dei doni dati agli uomini da Dio, in ultima analisi che dobbiamo considerarci fratelli che si aiutano e si amano, e lo possiamo davvero solo se siamo convinti d’essere figli dello stesso Padre provvidente che per primo ci ha amati e ci ama.
In fondo, qual è il prototipo del cittadino del Regno di Dio, il “povero” non autosufficiente per definizione e bisognoso di tutto? È il bambino, ci dice Gesù. “Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”. Il bambino non ha nulla, deve tutto agli altri, in particolare ai genitori. I bambini vivono, possono vivere, solo grazie all’amore di altri, e se questo amore c’è – e lo sentono – sono felici! Non hanno bisogno d’altro. Attenti però: Gesù non dice “se non diventerete bambini” (cioè degli infanti, inconsapevoli di ciò che sono), dice “come bambini”, cioè consapevoli di essere e voler essere come bambini, consapevoli di essere bisognosi di tutto e affidati alla cura di chi li ama e, attraverso costoro, in definitiva, alla cura di Dio.
Attingendo all’insegnamento di papa Leone (e di Francesco, di fatto coautore della Dilexi te), è stato fatto notare (ad esempio, da Erica Tossani, direttrice della Caritas Ambrosiana, alle cui riflessioni abbiamo attinto) che fin dalla prima riga (Dilexi te) si intuisce la direzione del testo di papa Leone, scandita dalla citazione che ne offre il titolo e fornisce la spina dorsale al ragionamento: il riferimento a una comunità proto-cristiana che aveva “poca forza”. Tra le sette Chiese dell’Apocalisse papa Leone – e prima di lui papa Francesco, che aveva avviato la stesura del documento, come si sa – ha scelto Filadèlfia, la più fragile, la meno potente, in qualche modo la più povera e disarmata, per far risuonare un consolante “io ti ho amata”. Dilexi te
Sappiamo dal vangelo (il Giudizio finale) che, là dove è il povero, è anche Gesù: «Il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia» (DT, 5). Ciò significa che nel guardare alla condizione dei più poveri, e nel valutare il significato e il valore storico della povertà, dobbiamo collocarci non «nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione» (DT, 5). L’intera esortazione apostolica è, in effetti, un’articolata dimostrazione della necessità, che diventa chiamata, di spostarci non solo da uno sguardo di condanna e di esclusione, ma anche da uno sguardo paternalista e assistenzialista, nei confronti di chi soffre, di chi resta indietro, di chi non rientra nei canoni mondani del merito e del successo. È necessario cambiare postura nei confronti di chi è ai margini: non soggetti da aiutare (o non anzitutto da aiutare); al contrario, fratelli e sorelle, portatori di una parola di Vangelo. Esattamente la parola di Vangelo che interpella il senso profondo della nostra esistenza.
L’opzione “preferenziale” per i poveri si conferma, secondo Dilexi te, una «forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana» (DT, 87). Tale preferenza non si limita a sollecitare la conversione spirituale e delle prassi individuali. È invece la sorgente a cui attingere per analizzare, denunciare e cercare di risolvere le “cause strutturali” della povertà, le “strutture di peccato” che incatenano, in vario modo e varia misura, in forme più o meno drammatiche, violente e degradanti, consistenti parti dell’umanità.
«È compito di tutti i membri del Popolo di Dio far sentire, pur in modi diversi, una voce che svegli, che denunci, che si esponga […]. Le strutture d’ingiustizia vanno riconosciute e distrutte con la forza del bene, attraverso il cambiamento delle mentalità ma anche, con l’aiuto delle scienze e della tecnica, attraverso lo sviluppo di politiche efficaci nella trasformazione della società» (DT, 97): con parole che più esplicite non potrebbero essere, sono chiamati a raccolta i fedeli cristiani, ma anche la responsabilità di chi studia, di chi amministra, di chi comunica, di chi governa, al fine di combattere la povertà alla radice, con l’obiettivo di rovesciare iniquità e disuguaglianze che delle povertà sono all’origine, non accontentandosi di lenirne gli effetti. «I poveri non ci sono per caso o per un cieco e amaro destino. Tanto meno la povertà, per la maggior parte di costoro, è una scelta. Eppure, c’è ancora qualcuno che osa affermarlo, mostrando cecità e crudeltà» (DT, 14).
L’esortazione di papa Leone non ha paura di chiamare le cose con il loro nome. Relegare le povertà nell’ambito delle colpe, delle sole negligenze morali di chi cade nell’indigenza, è una visione miope e distorta. E un atto di vera e propria insensibilità umana. La Dilexi te è categorica, nell’invitarci a smettere di pensare alla povertà come a una condizione individuale, che riguarda esclusivamente la persona che ne è portatrice. Le “strutture di peccato” sono infatti cornice potentemente condizionante (e spesso inesorabilmente determinante) le traiettorie di impoverimento, marginalizzazione, esclusione sociale, e anche quelle di potenziale riscatto: se non ammettessimo che la povertà è fenomeno e sfida storica di cui siamo tutti corresponsabili, gettandone il peso sulle precarie spalle di chi la subisce, non faremmo pratica di onestà. Né morale, né intellettuale.
AGIRE
Per affrontare la povertà nelle sue molteplici dimensioni, è indubbio che l’agire politico (“la più alta forma di carità”, secondo S.Paolo VI) ha una importanza fondamentale, primordiale. E in effetti, come è stato suggerito anche a Sezano, sarebbe opportuno stabilire contatti con chi fa politica attiva, nelle varie istituzioni politiche, perché le nostre diagnosi, valutazioni e proposte concrete non restino solo all’interno dei gruppi di Rinascita. C’è da dire che a Novara alcuni di noi, informalmente, hanno cercato di trasmettere (e discutere) quanto emerso dall’inchiesta di Rinascita a politici (cristiani) locali. Ma è evidente che non era nostro compito elaborare precise politiche che affrontassero i vari aspetti della povertà (in Italia o addirittura nel mondo). Un’enfasi eccessiva su questo approccio tutto politico-istituzionale ci è parso subito un modo per deresponsabilizzarci, come se al nostro personale livello (soprattutto di anziani pensionati!) non potessimo fare nulla o quasi.
Ad alcuni di noi che, in occasione del Giubileo della Misericordia indetto da papa Francesco, avevano avuto modo di “riscoprire” il perdurante valore della tradizione delle “opere di misericordia corporali e spirituali”, è venuto in mente di provare a ricollegarle con il complesso e multidimensionale quadro delle povertà contemporanee.
Mostriamo il quadro che ne è uscito.
Le 7 opere di misericordia corporale
- Dar da mangiare agli affamati.
- Dar da bere agli assetati.
- Vestire gli ignudi
à Rinviano alle povertà economiche (promuovere e garantire lavoro dignitoso, garantire servizi sociali e sistemi di welfare adeguati)
- Alloggiare i pellegrini(gli stranieri) à rinvia alle povertà economiche, politiche, ecologiche all’origine dei movimenti migratori
- Visitare gli infermi à rinvia alla povertà di salute/sanitaria
- Visitare i carcerati à rinvia alle povertà politiche (funzionamento della giustizia, prevenzione della violenza, necessità di giustizia riparativa e riabilitativa…)
- Seppellire i morti à rinvia alle povertà intergenerazionale (rispetto e riconoscenza verso chi ci ha preceduto)
Le 7 opere di misericordia spirituale
- Consigliare i dubbiosi à rinvia alle povertà educative, culturali, e anche spirituale
- Insegnare agli ignoranti à rinvia alle povertà educative
- Ammonire i peccatori à rinvia alla povertà spirituale
- Consolare gli afflitti
- Perdonare le offese
- Sopportare pazientemente le persone moleste
à rinviano alle povertà relazionali
- Pregare Dio per i vivi e per i morti à rinvia alla povertà spirituale
Dunque, tutte le povertà, anche quelle attuali, possono essere affrontate con le (nuove forme di) opere di misericordia, personali e collettive, secondo la migliore tradizione, secolare, del cristianesimo. Nessuno può dire: non posso farci niente! Questa consapevolezza ha prodotto, possiamo dire, la principale conversione, personale e di gruppo, frutto del nostro lavoro di inchiesta (e revisione di vita) di quest’anno. Non è poco! E infatti, tutti i partecipanti al gruppo hanno testimoniato come, nella loro vita, in passato e tuttora, hanno fatto e stanno facendo “opere di misericordia”.



