56° Giornata mondiale della pace
Nessuno può salvarsi da solo.
Ripartire dal Covid-19 per tracciare insieme sentieri di pace
«Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte» (Prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi 5,1-2).
1. Con queste parole, l’Apostolo Paolo invitava la comunità di Tessalonica perché, nell’attesa dell’incontro con il Signore, restasse salda, con i piedi e il cuore ben piantati sulla terra, capace di uno sguardo attento sulla realtà e sulle vicende della storia. Perciò, anche se gli eventi della nostra esistenza appaiono così tragici e ci sentiamo spinti nel tunnel oscuro e difficile dell’ingiustizia e della sofferenza, siamo chiamati a tenere il cuore aperto alla speranza, fiduciosi in Dio che si fa presente, ci accompagna con tenerezza, ci sostiene nella fatica e, soprattutto, orienta il nostro cammino. Per questo San Paolo esorta costantemente la Comunità a vigilare, cercando il bene, la giustizia e la verità: «Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri» (5,6). È un invito a restare svegli, a non rinchiuderci nella paura, nel dolore o nella rassegnazione, a non cedere alla distrazione, a non scoraggiarci ma ad essere invece come sentinelle capaci di vegliare e di cogliere le prime luci dell’alba, soprattutto nelle ore più buie.
Diritti umani: dichiarazione del Presidente Mattarella
Il Presidente della Repubblica il 10 dicembre in occasione della Giornata Mondiale dei Diritti Umani, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “È dal 10 dicembre 1948 che l’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma il rispetto della persona e delle sue libertà fondamentali come diritto che appartiene a tutta l’umanità. Il tema “Dignità, libertà e giustizia per tutti” richiama, quest’anno, a traguardi che non sono stati raggiunti in tante parti del mondo. Lo dimostrano drammaticamente la brutale aggressione subita dal popolo ucraino, la repressione contro quanti si oppongono alle violenze sulle donne – financo con inaccettabili sentenze capitali – e i tentativi di sopprimere le voci dei giovani che manifestano pacificamente per chiedere libertà e maggiori spazi di partecipazione. Colpiti sono sempre i più vulnerabili e indifesi.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani impegna tutti i membri della Comunità internazionale a comportamenti coerenti con tali altissimi e irrinunciabili principi. La Repubblica Italiana, in aderenza al dettato costituzionale e in spirito di autentico multilateralismo, conferma il suo impegno a favore delle iniziative di difesa e promozione dei diritti umani sviluppate sia in ambito nazionale sia nel contesto internazionale.”
Rapporto Migrantes, aumento record di rifugiati nel mondo
Nel mondo i rifugiati sono 103 milioni, una cifra primato senza precedenti, pari ad 1 abitante su 77, più del doppio di 10 anni fa (1 abitante su 167). Il 2022 è un anno in cui l’Europa ha dimostrato di poter accogliere oltre 4,4 milioni di profughi ucraini che hanno ottenuto la protezione temporanea, senza perdere nulla in termini di sicurezza e benessere. Sono stati 10 milioni gli ingressi di profughi dall’Ucraina nei soli quattro Paesi membri confinanti con un primato di accoglienza della Polonia ma anche 6,3 milioni i rientri più o meno stabili.
Il 2022 è però anche l’anno in cui l’Ue «ha fatto di tutto per tenere fuori dai propri confini poche decine di migliaia di persone bisognose di protezione provenienti da altre rotte e altri Paesi». È avvenuto dalla Grecia a tutti i Balcani, dalla Libia alla frontiera con la Bielorussia, dalle enclave spagnole sulla costa africana alle acque del Mediterraneo e dell’Atlantico sulla rotta delle Canarie fino all’ultima «novità» dell’anno, i moli dei porti italiani.
Il «pericoloso doppio trattamento» in materia di asilo – «solidali con gli ucraini e discriminanti e in violazione dei diritti umani e delle convenzioni internazionali con altri», gli africani – è denunciato con forza dal «Rapporto 2022 sul diritto d’asilo» della «Fondazione Migrantes» della Conferenza episcopale italiana. Curato da Mariacristina Molfetta e Chiara Marchetti, il «Rapporto» è stato presentato alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. «Per qualcuno le frontiere sono aperte, mentre per altri non lo sono nemmeno i porti dopo un naufragio – scrivono le curatrici – e a essere a rischio sono il diritto d’asilo e lo stato di salute delle nostre democrazie. In questo quadro di pesanti trattamenti discriminanti internazionali e nazionali si aprono interrogativi scomodi: i bambini sono tutti uguali? Godono tutti degli stessi diritti? Le persone in fuga da conflitti e guerre che hanno perso persone care e casa non sono tutte uguali e non hanno tutte gli stessi diritti? Viene da chiederci se invece per avere accesso a questi diritti bisogna essere biondi o cristiani o venire dal continente europeo». Interrogativi ai quali la società italiana – e anzitutto il governo – devono rispondere. Pier Giuseppe Accornero
Un appello per la pace dei Vescovi europei
Pubblichiamo il testo della dichiarazione della Commissione delle Conferenze Episcopali dell'Unione Europea (COMECE) di cui il Vicepresidente è Mons. Mariano Crociata, Vescovo di Latina.
Noi, Vescovi delegati delle Conferenze episcopali dell’Unione Europea, riuniti durante l’Assemblea Plenaria d’autunno, ci sentiamo colmi di profonda tristezza per le orribili sofferenze umane inflitte ai nostri fratelli e sorelle in Ucraina dalla brutale aggressione militare dell’autorità politica russa. Ricordiamo le vittime nelle nostre preghiere ed esprimiamo la nostra più sincera vicinanza alle loro famiglie. Ci sentiamo ugualmente vicini ai milioni di rifugiati, per lo più donne e bambini, che sono stati costretti a lasciare le loro case, così come a tutti coloro che soffrono in Ucraina e nei Paesi vicini a causa della “follia della guerra”. Siamo profondamente preoccupati per le recenti azioni che accrescono il rischio di un’ulteriore espansione del conflitto in corso, con tutte le sue incontrollabili e disastrose conseguenze per l’umanità.
La guerra in Ucraina ci riguarda direttamente anche come cittadini dell’Unione Europea. Il nostro pensiero va a tutti coloro che si trovano in difficoltà socioeconomiche sempre più drammatiche, a causa dell’emergenza energetica, dell’aumento dell’inflazione e dell’impennata del costo della vita. Soprattutto in momenti di crisi come questo, ci rendiamo conto ancora una volta che l’Unione Europea è una realtà preziosa, secondo la sua ispirazione originaria. Siamo grati per gli instancabili sforzi dei decisori politici europei nel mostrare solidarietà all’Ucraina e nel mitigare le conseguenze della guerra per i cittadini europei, e incoraggiamo fortemente i leader a mantenere la loro unità e determinazione per il progetto europeo.
In piena comunione con i numerosi appelli lanciati da Papa Francesco e dalla Santa Sede, anche noi rivolgiamo un forte appello ai responsabili dell’aggressione, affinché sospendano immediatamente le ostilità, e a tutte le parti affinché si aprano a ‘serie proposte’ per una pace giusta, in vista di una soluzione sostenibile del conflitto nel pieno rispetto del diritto internazionale e dell’integrità territoriale dell’Ucraina.
Per intercessione di Maria, Regina della Pace, preghiamo il Signore di “rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace”.
60 anni dall'inizio del Concilio Vaticano II
Nella Basilica vaticana Francesco ha presiede una solenne celebrazione eucaristica alla presenza di rappresentanti di altre comunità cristiane.
Nella sua omelia il Papa indica alla Chiesa ciò che è fondamentale: l’amore per Dio, la maternità verso tutti gli uomini e le donne, l’umiltà, la gioia, l’unità e delinea tre sguardi con cui guardare ad essa.
Lo sguardo dall'alto. Le parole di Francesco commentano il brano del Vangelo di Giovanni dove Gesù chiede per tre volte a Pietro: “Mi ami?”, e per tre volte gli dice: “Pasci le mie pecore”. “Sentiamo rivolte anche a noi, come Chiesa, queste parole del Signore”. La Chiesa nell’evento del Concilio si è interrogata su se stessa, sulla propria natura e missione, scoprendosi “mistero di grazia generato dall’amore”, “tempio vivo dello Spirito Santo!”. Questo è il primo sguardo, perché “la Chiesa va guardata prima di tutto dall’alto”. "Chiediamoci se nella Chiesa partiamo da Dio, dal suo sguardo innamorato su di noi. Sempre c’è la tentazione di partire dall’io piuttosto che da Dio, di mettere le nostre agende prima del Vangelo, di lasciarci trasportare dal vento della mondanità per inseguire le mode del tempo o di rigettare il tempo che la Provvidenza ci dona per volgerci indietro. Stiamo però attenti: sia il progressismo che si accoda al mondo, sia il tradizionalismo o l'indietrismo che rimpiange un mondo passato, non sono prove d’amore, ma di infedeltà".
Il secondo sguardo. “Pasci le mie pecore”: è questo l’amore che Dio vuole dalla sua Chiesa, dice il Papa, un amore che non “prende per sé”, ma che “si occupa degli altri”. Pietro aveva fatto il pescatore, sarebbe diventato un pastore che “vive con il gregge, nutre le pecore”, sta in mezzo a loro. "Ecco il secondo sguardo che ci insegna il Concilio, lo sguardo nel mezzo: stare nel mondo con gli altri e senza mai sentirci al di sopra degli altri, come servitori del più grande Regno di Dio; portare il buon annuncio del Vangelo dentro la vita e le lingue degli uomini, condividendo le loro gioie e le loro speranze. Quant’è attuale il Concilio: ci aiuta a respingere la tentazione di chiuderci nei recinti delle nostre comodità e convinzioni, per imitare lo stile di Dio, che ci ha descritto oggi il profeta Ezechiele: “Andare in cerca della pecora perduta e ricondurre all’ovile quella smarrita, fasciare quella ferita e curare quella malata”.
Il terzo sguardo. "Torniamo al Concilio per uscire da noi stessi e superare la tentazione dell’autoreferenzialità che è un modo di essere mondano. Pasci, ripete il Signore alla sua Chiesa; e pascendo, supera le nostalgie del passato, il rimpianto della rilevanza, l’attaccamento al potere, perché tu, Popolo santo di Dio, sei un popolo pastorale: non esisti per pascere te stesso, per arrampicarti, ma per pensare agli altri, tutti gli altri, con amore. E, se è giusto avere un’attenzione particolare, sia per i prediletti di Dio cioè per i poveri, gli scartati; per essere, come disse Papa Giovanni, "la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri".
Papa Francesco spiega quindi che quando Gesù ha detto “pasci le mie pecore” ha inteso tutte, non ha fatto distinzioni. Questo è il terzo sguardo sulla Chiesa suggerito dal Concilio, lo sguardo d’insieme. La Chiesa è comunione, mentre il diavolo, afferma il Papa, vuol portare la divisione. Il suo invito è allora a non cedere “alla tentazione della polarizzazione”, ma a diventare sempre più “una cosa sola”.
Infine invocato l'aiuto di Maria il Papa ringrazia i rappresentanti di altre Comunità cristiane presenti alla celebrazione come furono presenti al Concilio. E conclude con l’invocazione al Signore a liberare la Chiesa dai pericoli rappresentati dal guardare a se stessa: no ad autosufficienza, autoreferenzialità, polarizzazioni e disunità, afferma, che la Chiesa possa ripetere come Pietro: “Signore, tu sai tutto; tu sai che noi ti amiamo”.



